Filosofi

Jacques Derrida

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nel 1942, a dodici anni, Jacques Derrida fu espulso dal liceo di Ben Aknoun, in Algeria. Nessuno gli spiegò perché. Il regime di Vichy aveva imposto un tetto agli alunni ebrei nelle scuole, e lui era rimasto fuori. Raccontò più volte quell’esperienza: essere escluso da una comunità che si credeva propria, senza aver fatto nulla. Molti lettori hanno visto in questo episodio una radice del suo pensiero, sempre attento a ciò che un sistema lascia ai margini.

Dall’Algeria all’École normale

Derrida nasce a El Biar, vicino ad Algeri, nel 1930, in una famiglia ebraica di lingua francese. Arriva a Parigi a diciannove anni e, dopo due bocciature, entra all’École normale supérieure, dove poi insegnerà a lungo. La sua prima formazione è fenomenologica: lavora su Husserl, ne traduce e commenta L’origine della geometria.

Il 1967 è il suo anno. Pubblica tre libri insieme: La voce e il fenomeno, La scrittura e la differenza e Della grammatologia. Già l’anno prima, a un convegno alla Johns Hopkins di Baltimora, aveva sorpreso il pubblico americano con una critica allo strutturalismo. Da allora la sua fortuna negli Stati Uniti, soprattutto nei dipartimenti di letteratura, fu enorme. Muore a Parigi nel 2004.

Che cosa viene decostruito

La parola che lo ha reso famoso è decostruzione. Viene da Heidegger, che parlava di “distruzione” della storia dell’ontologia; Derrida la ammorbidisce, ma non troppo. Decostruire un testo non significa distruggerlo né criticarlo dall’esterno. Significa leggerlo così da vicino da far emergere le tensioni interne, i punti in cui dice qualcosa di diverso da ciò che vorrebbe dire. Su questo metodo il sito ha una pagina dedicata: la decostruzione di Derrida.

Le coppie di opposti

La filosofia occidentale, secondo Derrida, è costruita su coppie di opposti: presenza e assenza, natura e cultura, anima e corpo, parola e scrittura. Non sono mai coppie neutre. Uno dei due termini è sempre privilegiato, l’altro è trattato come derivato, secondario, a volte pericoloso. La decostruzione mostra che questa gerarchia non regge: il termine “inferiore” è già all’opera dentro quello “superiore”.

Parola e scrittura

L’esempio più celebre è il rapporto tra voce e scrittura. Da Platone in poi, la parola parlata è stata considerata più vicina al pensiero, più viva, più autentica. La scrittura sarebbe solo una copia della parola: un segno di un segno. Nel Fedro Platone racconta il mito di Theuth, che offre al re d’Egitto la scrittura come rimedio per la memoria; il re risponde che produrrà invece dimenticanza. La parola greca che indica il dono è pharmakon, che significa sia rimedio sia veleno. Derrida mostra che questa ambiguità attraversa tutto il testo e non si lascia sciogliere.

Lo stesso accade con Rousseau, che nella Grammatologia riceve una lettura minuziosa. Rousseau considera la scrittura un “supplemento” della parola: qualcosa che si aggiunge dall’esterno. Ma un supplemento, nota Derrida, si aggiunge solo dove qualcosa manca. Se la parola avesse bisogno di un supplemento, non era piena come si pensava.

La differance

Per descrivere questo gioco, Derrida inventa un termine: différance, scritto con la “a” invece della “e”. In francese le due parole si pronunciano allo stesso modo: la differenza si vede solo per iscritto, il che è già un piccolo argomento a favore della scrittura. La parola unisce due sensi del verbo différer: differire, essere diverso, e differire nel tempo, rimandare. Il significato di un segno non è mai pienamente presente: dipende dalle differenze con altri segni e viene sempre rinviato.

“Non c’è fuori-testo”, scrive nella Grammatologia. La frase è stata spesso fraintesa come se volesse dire che esistono solo i libri. Il senso è un altro: non abbiamo accesso a un significato puro, al di fuori di ogni rete di segni e di contesti.

Gli ultimi anni

Negli anni Novanta Derrida si occupa sempre più di etica e politica: l’ospitalità, il perdono, la giustizia, la democrazia “a venire”. In Spettri di Marx (1993), scritto dopo il crollo del blocco sovietico, sostiene che l’eredità di Marx non è chiusa. Nel 1992 la proposta di conferirgli una laurea honoris causa a Cambridge scatenò una protesta di alcuni filosofi; si andò al voto, e la laurea fu concessa. Amato o detestato, è stato uno dei pochi filosofi del Novecento capaci di dividere anche chi non lo aveva letto.