Zarathustra scende dalla montagna dopo dieci anni di solitudine e arriva in una città, dove la folla aspetta lo spettacolo di un funambolo. Parla alla piazza: “Io vi insegno il superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato.” La gente ride e chiede di vedere il funambolo. Così comincia Così parlò Zarathustra (1883–1885), il libro in cui Nietzsche presenta l’Übermensch.
Una corda sopra l’abisso
Nel prologo c’è l’immagine più chiara. L’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo, una corda sopra un abisso. Ciò che è grande nell’uomo è che è un ponte e non uno scopo. Il funambolo, intanto, cade e muore, e Zarathustra lo porta via sulle spalle.
Il superuomo si capisce solo a partire dalla morte di Dio. Se i valori tradizionali hanno perso il loro fondamento, si apre il rischio del nichilismo. Nietzsche descrive con disprezzo “l’ultimo uomo”, che si accontenta di piccoli piaceri e di una salute tranquilla, e chiede: che cos’è l’amore, che cos’è una stella? E strizza l’occhio. Il superuomo è l’opposto: chi crea nuovi valori invece di ereditarli, chi resta “fedele alla terra” senza cercare un senso in un altro mondo, chi può volere l’eterno ritorno della propria vita.
Che cosa non è
La parola è stata usata in modi che Nietzsche non avrebbe riconosciuto. La sorella Elisabeth, che curò i suoi scritti dopo il crollo, ne favorì una lettura nazionalista, e il nazismo se ne appropriò. Ma Nietzsche disprezzava l’antisemitismo e il nazionalismo tedesco, e lo scrisse più volte. Anche l’idea di una razza biologica superiore non ha appoggio nei testi.
Proprio per evitare questi equivoci, in Italia Gianni Vattimo ha proposto di tradurre Übermensch con “oltreuomo”: non un uomo più forte degli altri, ma un modo di essere che va oltre l’uomo come lo abbiamo conosciuto. Che cosa sia in positivo, Nietzsche non lo dice mai del tutto.