Nel 1968, sui muri delle università occupate e nei cortei di Parigi, Berlino e Roma, compariva uno slogan con tre nomi: Marx, Mao, Marcuse. Il terzo era un professore settantenne che insegnava in California, scriveva libri di filosofia densissimi e non aveva mai cercato di diventare un leader politico. Herbert Marcuse fu sorpreso quanto chiunque di essere diventato, per qualche anno, il filosofo della contestazione studentesca. Ma i suoi libri avevano toccato un nervo scoperto.
Da Heidegger a Francoforte
Marcuse nasce a Berlino nel 1898 in una famiglia ebrea benestante. Dopo la prima guerra mondiale partecipa brevemente ai consigli dei soldati durante la rivoluzione tedesca del 1918, ma si allontana dalla socialdemocrazia dopo l’assassinio di Rosa Luxemburg. Studia letteratura, poi va a Friburgo per lavorare con Martin Heidegger, di cui spera di fare il punto di incontro tra la filosofia dell’esistenza e il marxismo. Sotto la sua guida prepara un lavoro sull’ontologia di Hegel, che Heidegger però non accetterà come tesi di abilitazione.
L’adesione di Heidegger al nazismo, nel 1933, chiude quella strada. Marcuse entra nell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, accanto a Horkheimer e Adorno, e con loro emigra negli Stati Uniti. Durante la guerra lavora per i servizi di informazione americani, analizzando la Germania nazista. Nel 1941 pubblica Ragione e rivoluzione, in cui difende Hegel dall’accusa di essere un precursore del totalitarismo e ne mostra il legame con la teoria sociale di Marx.
Rimane negli Stati Uniti per il resto della vita. Insegna alla Brandeis University e poi all’università della California a San Diego. Tra i suoi studenti c’è Angela Davis. Muore in Germania nel 1979, durante un viaggio.
Eros e civiltà
In Eros e civiltà (1955) Marcuse si confronta con Freud. Nel Disagio della civiltà Freud aveva sostenuto che la civiltà richiede la repressione degli istinti: senza rinunce, niente lavoro, niente cultura, niente vita sociale. Marcuse accetta l’analisi, ma la storicizza.
Distingue la repressione necessaria, quella che ogni società richiede per sopravvivere, da una “repressione addizionale”, imposta non dalla scarsità ma dalle esigenze di un particolare sistema di dominio. Nella società industriale avanzata la produttività tecnica sarebbe ormai sufficiente a ridurre drasticamente il lavoro necessario. Se gli uomini continuano a lavorare come prima, è perché il sistema lo richiede. Il “principio di prestazione”, che misura gli individui in base a ciò che producono, ha preso il posto del principio di realtà.
Il libro immagina una civiltà non repressiva, in cui il lavoro diventa gioco e la sessualità si trasforma in un eros più ampio, che coinvolge tutta la personalità e il rapporto con la natura. È un’utopia, ma Marcuse sostiene che è diventata, per la prima volta, una possibilità storica concreta.
L’uomo a una dimensione
Il libro più famoso, L’uomo a una dimensione, esce nel 1964. La tesi è che la società industriale avanzata, sia capitalista sia sovietica, è riuscita a neutralizzare ogni opposizione. Non con la violenza aperta, ma con il benessere.
Marcuse distingue i bisogni veri dai bisogni falsi: quelli che vengono imposti all’individuo da interessi sociali particolari, come il bisogno di rilassarsi, divertirsi, consumare secondo la pubblicità. Il lavoratore e il suo datore di lavoro guardano lo stesso programma televisivo, la segretaria si veste come la figlia del padrone. Questa assimilazione, scrive, non indica la scomparsa delle classi, ma la misura in cui i bisogni che servono a conservare il sistema sono condivisi dalla popolazione.
Il risultato è un pensiero “a una dimensione”: incapace di immaginare alternative, di vedere la differenza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Anche il linguaggio diventa operativo, funzionale, privo di negazione.
Il grande rifiuto
Chi può ancora opporsi? Non più la classe operaia tradizionale, che secondo Marcuse si è integrata. Piuttosto gli esclusi: le minoranze discriminate, i disoccupati, i popoli del Terzo mondo, e una parte degli studenti e degli intellettuali. Da loro può venire il “grande rifiuto”, il no a un sistema che si presenta come l’unico possibile. È facile capire perché queste pagine piacessero tanto ai movimenti degli anni Sessanta.
Tolleranza repressiva
Nel 1965 Marcuse pubblica un saggio intitolato Tolleranza repressiva, che ha suscitato polemiche fino a oggi. Sostiene che in una società ineguale la tolleranza indiscriminata finisce per favorire chi ha già il potere, perché le voci dominanti hanno mezzi infinitamente superiori per farsi sentire. Propone quindi una tolleranza “liberatrice”, non neutrale verso le posizioni che difendono l’oppressione. Molti critici, tra cui liberali come quelli che si richiamavano a Mill, vi hanno visto una giustificazione della censura. Il confronto resta una buona occasione per chiedersi quali siano i limiti della tolleranza in una democrazia.