Filosofi

Hans-Georg Gadamer

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Hans-Georg Gadamer pubblicò il suo libro più importante a sessant’anni, e visse abbastanza da vederlo diventare un classico: morì nel 2002, a centodue anni. Attraversò l’impero guglielmino, la repubblica di Weimar, il nazismo, la Germania divisa e quella riunificata. Forse anche per questo la sua filosofia è così attenta al tempo, alla tradizione, al modo in cui il passato continua a parlarci. Il suo campo è l’ermeneutica, l’arte di interpretare. Ma per Gadamer interpretare non è una tecnica per specialisti: è il modo stesso in cui gli esseri umani stanno nel mondo.

Allievo di Heidegger

Gadamer nasce a Marburgo nel 1900 e cresce a Breslavia, figlio di un chimico che avrebbe voluto per lui una carriera scientifica. Studia filosofia e filologia classica. A Marburgo, negli anni Venti, l’incontro decisivo è con Martin Heidegger, di cui diventa allievo e assistente. Si abilita nel 1929 con un lavoro sull’etica dialettica di Platone. Il dialogo platonico rimarrà per lui il modello di ogni comprensione: un domandare e rispondere in cui nessuno dei due interlocutori possiede la verità in anticipo.

Durante il nazismo mantiene un profilo basso e continua a insegnare. Nel 1946 è rettore dell’università di Lipsia, nella zona di occupazione sovietica; poco dopo si trasferisce a Francoforte e nel 1949 a Heidelberg, dove resterà fino alla fine.

Verità e metodo

Il capolavoro esce nel 1960: Verità e metodo. Il titolo contiene già una polemica. Dall’Ottocento in poi, le scienze umane hanno cercato di diventare rispettabili imitando il metodo delle scienze naturali: oggettività, distanza, controllo. Gadamer sostiene che c’è un’esperienza di verità che sfugge al metodo. Quando leggiamo una tragedia di Sofocle, ascoltiamo una sinfonia, studiamo un evento storico, siamo coinvolti in un modo che il metodo scientifico non riesce a catturare.

L’opera d’arte come gioco

Il libro comincia dall’arte. Gadamer usa il concetto di gioco. Chi gioca davvero non sta di fronte al gioco come un osservatore: ne è preso, si lascia guidare dalle sue regole e dal suo ritmo. Il gioco ha una sua realtà che va oltre la coscienza dei giocatori. Così accade con l’opera d’arte: non è un oggetto davanti a un soggetto, ma un evento in cui lo spettatore è coinvolto. Ogni rappresentazione di un dramma, ogni esecuzione di un brano, è l’opera stessa che si presenta di nuovo.

La riabilitazione dei pregiudizi

La tesi più provocatoria riguarda i pregiudizi. L’illuminismo, scrive Gadamer, aveva un pregiudizio fondamentale: il pregiudizio contro i pregiudizi. Pensava che si potesse comprendere qualcosa solo liberandosi da ogni presupposto, da ogni autorità, da ogni tradizione. Ma questo è impossibile. Nessuno si avvicina a un testo con la mente vuota. Portiamo con noi una lingua, una cultura, delle domande, delle aspettative.

Questi pregiudizi, nel senso letterale di giudizi preliminari, non sono soltanto ostacoli. Sono la condizione della comprensione. Il problema non è eliminarli, ma metterli alla prova. Leggendo un testo formuliamo un’ipotesi sul suo senso complessivo; poi i singoli passi la confermano o la correggono; la comprensione delle parti modifica quella del tutto, e viceversa. È il circolo ermeneutico.

La fusione degli orizzonti

Comprendere un testo del passato non significa annullare sé stessi per immedesimarsi nell’autore, come pensava parte dell’ermeneutica ottocentesca. Significa che l’orizzonte del lettore e quello del testo si incontrano e si allargano a vicenda. Gadamer parla di “fusione degli orizzonti”. Chi legge oggi l’Antigone non la legge come un ateniese del V secolo; ma nemmeno la riduce alle proprie idee. Ne esce con un orizzonte più ampio.

Ogni comprensione, inoltre, è segnata dalla “storia degli effetti”: il testo ci arriva attraverso secoli di letture, interpretazioni, traduzioni, che ne fanno parte. Non possiamo saltare fuori da questa storia.

L’essere che può essere compreso è linguaggio

L’ultima parte di Verità e metodo riguarda il linguaggio. Non abbiamo un mondo e poi delle parole per descriverlo: abbiamo un mondo perché abbiamo un linguaggio. La formula più citata del libro dice che l’essere che può venire compreso è linguaggio.

I dibattiti

L’ermeneutica di Gadamer suscitò discussioni importanti. Alla fine degli anni Sessanta Jürgen Habermas gli obiettò che la tradizione non è solo un luogo di dialogo, ma anche di dominio e di distorsione: serve una critica dell’ideologia che vada oltre la comprensione. Nel 1981, a Parigi, Gadamer incontrò Jacques Derrida in un confronto rimasto famoso per la difficoltà di intendersi: Gadamer insisteva sulla “buona volontà” di capire l’altro, Derrida ne diffidava. Per un filosofo del dialogo, fu un dialogo singolarmente mancato.