La filosofia che uno sceglie, scrisse Johann Gottlieb Fichte, dipende da che tipo di uomo si è. Non è una frase da biglietto di auguri. Per Fichte c’erano due sole posizioni coerenti: il dogmatismo, che parte dalle cose e fa dell’io un loro prodotto, e l’idealismo, che parte dalla libertà dell’io. Nessuna delle due può confutare l’altra con un argomento definitivo. La scelta, alla fine, rivela il carattere di chi la compie.
Un figlio di contadini
Fichte nasce nel 1762 a Rammenau, in Sassonia, in una famiglia povera di tessitori. Da bambino fa il guardiano d’oche. Si racconta che un barone, arrivato in ritardo alla messa domenicale, si sentì dire che il piccolo Fichte poteva ripetergli la predica quasi parola per parola. Colpito, il barone decise di pagargli gli studi. Fichte frequenta la prestigiosa scuola di Pforta, poi le università di Jena e Lipsia, ma la morte del benefattore lo lascia senza mezzi. Per anni vive facendo il precettore.
Lo scambio con Kant
Nel 1790 uno studente gli chiede lezioni sulla filosofia di Kant, che Fichte conosceva poco. Si mette a studiarla e ne è travolto. L’anno dopo va a Königsberg a conoscere il maestro e, per presentarsi, scrive in poche settimane un Saggio di una critica di ogni rivelazione. Kant lo apprezza e lo aiuta a trovare un editore.
Il libro esce nel 1792 senza il nome dell’autore nel frontespizio, per un errore o per una scelta dell’editore. I recensori pensano che sia di Kant, che da tempo si aspettava intervenisse sulla religione. Quando Kant rivela chi è il vero autore, Fichte diventa famoso da un giorno all’altro. Nel 1794 ottiene la cattedra a Jena.
L’io che pone sé stesso
Kant aveva lasciato in eredità un problema. Da un lato l’io, con le sue forme e le sue categorie; dall’altro una cosa in sé che resta inconoscibile ma che in qualche modo dovrebbe agire su di noi. Fichte pensa che la cosa in sé sia un residuo dogmatico da eliminare. Se la filosofia vuole essere davvero un sistema, deve partire da un unico principio.
Il principio è l’io. Ma non l’io empirico, la persona concreta con i suoi gusti e la sua storia. È un’attività pura che, nel momento stesso in cui si pensa, si pone come esistente. Fichte la chiama Tathandlung, un “atto-fatto”: un fare che coincide con il suo risultato. L’esempio più semplice lo può fare chiunque in aula. Provate a pensare “io”, e osservate che cosa succede: il pensante e il pensato sono la stessa cosa.
L’io e il non-io
Nella Dottrina della scienza (1794) il ragionamento procede in tre passaggi. L’io pone sé stesso. L’io oppone a sé un non-io, cioè qualcosa che lo limita: il mondo, gli oggetti, la natura. Infine, all’interno dell’io, io divisibile e non-io divisibile si limitano a vicenda. Il mondo esterno, insomma, non è una cosa in sé indipendente: è il limite che l’io pone a sé stesso per poter agire. Senza un ostacolo, la libertà non avrebbe nulla su cui esercitarsi.
Il risultato è una filosofia profondamente morale. Il mondo, dice Fichte, è il materiale del nostro dovere reso sensibile.
Riconoscersi a vicenda
Nei Fondamenti del diritto naturale (1796) Fichte sviluppa un’idea che avrà grande fortuna. Un essere razionale finito non può prendere coscienza della propria libertà da solo. Ha bisogno di un altro che lo “solleciti”, che gli si rivolga come a un essere libero. L’uomo, scrive, diventa uomo soltanto tra gli uomini. Il concetto di riconoscimento passerà a Hegel e diventerà centrale nella Fenomenologia dello spirito.
La disputa sull’ateismo
Nel 1798 Fichte pubblica un saggio in cui identifica Dio con l’ordine morale del mondo. Viene accusato di ateismo. La polemica coinvolge il governo di Weimar, e Fichte, convinto di poter alzare la voce, minaccia le dimissioni. Gliele accettano. Perde la cattedra di Jena e si trasferisce a Berlino.
Lì, nell’inverno 1807-1808, con la città occupata dalle truppe napoleoniche, tiene i Discorsi alla nazione tedesca, in cui propone un’educazione nazionale per rigenerare i tedeschi. Il testo fu letto in seguito anche in chiave nazionalista. Nel 1811 diventa il primo rettore eletto della nuova università di Berlino. Muore nel 1814 di tifo, contratto dalla moglie che assisteva i soldati feriti negli ospedali militari.
A Jena, intanto, il giovane Schelling aveva cominciato da suo seguace, per poi prendere una strada propria, che avrebbe portato la natura al centro dell’idealismo.