Filosofi

Niccolò Cusano

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nel 1437 Niccolò Cusano è su una nave che rientra da Costantinopoli. Era stato mandato a convincere l’imperatore bizantino e il patriarca a partecipare a un concilio per riunire le Chiese d’Oriente e d’Occidente. Durante il viaggio, racconta nella lettera di dedica della sua opera più famosa, ricevette come un dono dall’alto un’intuizione: si doveva abbracciare l’incomprensibile in modo incomprensibile, nella “dotta ignoranza”. Da quell’idea nacque il De docta ignorantia, finito nel 1440.

Un uomo di Chiesa e di libri

Nikolaus Krebs nasce nel 1401 a Kues, sulla Mosella, figlio di un barcaiolo benestante. Dal nome del paese viene il latino Cusanus. Studia a Heidelberg, poi a Padova, dove si addottora in diritto canonico nel 1423 e frequenta matematici e medici; infine a Colonia. Ha una passione da cacciatore di manoscritti: ritrova, tra l’altro, dodici commedie di Plauto fino ad allora sconosciute.

Partecipa al concilio di Basilea e scrive la Concordanza cattolica (1433), un trattato sull’armonia tra le parti della Chiesa e dell’impero, in cui sostiene la superiorità del concilio sul papa. Poi cambia campo e diventa uno dei più attivi diplomatici pontifici. Nel 1448 è nominato cardinale, poi vescovo di Bressanone, dove si scontra duramente con il duca Sigismondo del Tirolo. Muore a Todi nel 1464. Nel paese natale fondò un ospizio per anziani, che esiste ancora e custodisce la sua biblioteca.

Sapere di non sapere

Il titolo La dotta ignoranza sembra un ossimoro, ed è voluto. Cusano parte da un’osservazione sul conoscere. Conosciamo confrontando ciò che non sappiamo con ciò che già sappiamo, attraverso proporzioni. Ma tra il finito e l’infinito non c’è proporzione. Dunque l’infinito, Dio, sfugge alla nostra conoscenza. Riconoscerlo, e sapere perché, non è un fallimento: è la forma più alta di sapere a cui possiamo arrivare. Il richiamo a Socrate, che sapeva di non sapere, è esplicito.

L’esempio più celebre è geometrico. Si inscriva in un cerchio un poligono, e si aumenti via via il numero dei lati. Il poligono si avvicina sempre di più al cerchio, ma non coinciderà mai con esso, per quanti lati si aggiungano, a meno di diventare a sua volta un cerchio. Così è il nostro intelletto rispetto alla verità: può avvicinarsi indefinitamente, mai coincidere.

La coincidenza degli opposti

In Dio, sostiene Cusano, gli opposti coincidono. Il massimo assoluto è anche il minimo, perché non ammette né più né meno. Anche qui la geometria aiuta l’immaginazione. Si prenda un cerchio e se ne aumenti il raggio: la curvatura diminuisce. Se il cerchio diventasse infinito, la sua circonferenza sarebbe perfettamente diritta, cioè coinciderebbe con una retta. Una linea infinita è insieme retta, triangolo, cerchio e sfera. Non è una dimostrazione, ma un modo di far vedere alla mente ciò che la ragione ordinaria, legata al principio di non contraddizione, non può afferrare.

Un universo senza centro

Nel secondo libro della Dotta ignoranza Cusano trae conseguenze cosmologiche sorprendenti. L’universo non ha un centro né una circonferenza fissi; la Terra non è il centro del mondo e non è del tutto immobile. Dovunque si trovi, un osservatore crederebbe di essere al centro. Non è ancora l’astronomia di Copernico, che arriverà un secolo dopo con calcoli precisi, ma è una rottura netta con il cosmo chiuso della tradizione.

Queste pagine colpirono profondamente Giordano Bruno, che chiamava Cusano “divino” e ne sviluppò le intuizioni fino all’idea di un universo infinito, popolato da innumerevoli mondi.

Lo sguardo dell’icona

Tra le opere successive ce n’è una con un esperimento da fare in classe. Il De visione Dei (1453) fu inviato ai monaci di Tegernsee insieme a un dipinto: un volto il cui sguardo sembra seguire chiunque lo osservi, da qualsiasi punto. Cusano chiede ai monaci di mettersi in cerchio, poi di camminare davanti al quadro. Ciascuno vede lo sguardo fisso su di sé, e su di sé soltanto. Così, spiega, Dio guarda ciascuno come se fosse l’unico.

Nello stesso anno, dopo la caduta di Costantinopoli, scrive il De pace fidei, un dialogo immaginario in cielo tra rappresentanti di diverse religioni, che scoprono di cercare, in riti diversi, un’unica fede. In un’epoca di guerre religiose imminenti, è un testo di rara apertura. Chi vuole un ponte tra Cusano e la mistica razionale medievale può confrontarlo con l’argomento di Anselmo: due modi opposti di pensare il “massimo”.