Leggerla per intero
Sul MIT Internet Classics Archive c’è la traduzione inglese completa di W. D. Ross, divisa nei dieci libri: MIT Internet Classics Archive — Nicomachean Ethics.
Che cosa vogliamo davvero, alla fine di tutto? Aristotele apre l’Etica Nicomachea con questa domanda e risponde: la felicità, in greco eudaimonia. Ma non intende uno stato d’animo. Intende una vita riuscita nel suo insieme, e per giudicarla serve tempo: una rondine, scrive, non fa primavera, e nemmeno un giorno solo rende felici. Il nome dell’opera è tradizionale; di solito lo si collega al figlio Nicomaco, ma la cosa non è sicura.
Si diventa giusti facendo cose giuste
La felicità consiste nel vivere secondo virtù. Qui Aristotele è molto concreto. Le virtù del carattere non sono doni di natura e non si imparano sui libri: si acquistano con l’abitudine, come si impara a suonare la cetra suonandola. Diventiamo coraggiosi compiendo atti coraggiosi.
La virtù sta nel giusto mezzo fra due eccessi. Il coraggio sta tra la temerarietà e la viltà, la generosità tra lo sperpero e l’avarizia. Non è però una media aritmetica uguale per tutti: dipende dalla persona e dalla situazione, e a trovarla è la saggezza pratica, la phronesis. Due libri interi, l’VIII e il IX, parlano di amicizia. Aristotele ne distingue tre tipi, fondati sull’utile, sul piacere e sul bene; solo l’ultima dura davvero.
Fonti per approfondire: Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Aristotle’s Ethics”; Internet Encyclopedia of Philosophy, “Aristotle: Ethics”.