Una traduzione del Settecento
Su Wikisource si legge per intero la versione italiana in endecasillabi di Alessandro Marchetti, del 1717, oggi in pubblico dominio (la trascrizione è distribuita con licenza CC BY-SA 4.0): Della natura delle cose. È un italiano un po’ antico, ma scorre.
Il De rerum natura è un poema in sei libri. Il suo autore, Lucrezio, vuole spiegare in esametri latini la fisica di Epicuro: tutto ciò che esiste è fatto di atomi che si muovono nel vuoto. Strano, a pensarci. Un poema che si apre con un inno a Venere e poi dimostra che gli dèi non si occupano del mondo.
Contro la paura
Lo scopo non è solo conoscere. Lucrezio vuole liberare il lettore dalla paura degli dèi e della morte. Nel primo libro racconta il sacrificio di Ifigenia, uccisa dal padre sull’altare per ottenere venti favorevoli alla flotta, e commenta con un verso rimasto proverbiale: tantum religio potuit suadere malorum, a tanti mali poté spingere la superstizione.
Nel secondo libro introduce la deviazione minima degli atomi, il clinamen, che permette loro di incontrarsi e lascia spazio alla libertà. Il terzo dimostra che l’anima è mortale, e quindi che non c’è nulla da temere dopo. Gli ultimi libri parlano dei sensi, dell’origine della vita e della civiltà, dei fulmini e dei terremoti. Il poema si interrompe sulla descrizione della peste di Atene: un finale cupo, forse non quello che l’autore aveva previsto.
Fonti per approfondire: Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Lucretius”; Loeb Classical Library, “On the Nature of Things”; Perseus Digital Library, testo latino.