Dove leggere il testo
Una versione inglese completa si trova sul sito dell’Harvard Center for Hellenic Studies, che usa la traduzione di Benjamin Jowett con qualche ritocco: Harvard Center for Hellenic Studies — Plato, The Apology of Socrates. Qui non la riportiamo; conviene leggerla per intero, perché è breve.
Atene, 399 a.C. Socrate ha settant’anni ed è sotto processo. Nell’Apologia Platone, che era presente in aula, ricostruisce il suo discorso di difesa. Attenzione alla parola: “apologia” in greco vuol dire difesa, non scuse. E di scuse, in effetti, Socrate non ne chiede. Il testo resta un’opera di Platone, scritta con mezzi letterari: non abbiamo modo di sapere quanto sia vicino a ciò che fu detto davvero.
Un imputato che non si piega
Le accuse sono due: corrompere i giovani e non riconoscere gli dèi della città. Socrate risponde raccontando una storia. Il suo amico Cherefonte aveva chiesto all’oracolo di Delfi se ci fosse qualcuno più sapiente di Socrate, e la risposta era stata no. Stupito, Socrate si mette a interrogare chi aveva fama di sapere: politici, poeti, artigiani. Scopre che credono di sapere ciò che non sanno. Lui almeno sa di non sapere. Ecco da dove vengono i suoi nemici.
Si paragona a un tafano che punge un cavallo grande e pigro, la città, per tenerlo sveglio. Quando viene giudicato colpevole e deve proporre una pena alternativa, suggerisce provocatoriamente di essere mantenuto a spese pubbliche nel Pritaneo, come i benefattori di Atene. Poco prima ha detto la frase più famosa del dialogo: una vita senza esame non è degna di essere vissuta. La condanna a morte arriva. Il discorso si chiude con un congedo sobrio: è ora di andare, io a morire, voi a vivere; chi dei due vada verso il meglio, lo sa solo il dio.
Fonti per approfondire: Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Plato’s Shorter Ethical Works”; Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Socrates”; Harvard Center for Hellenic Studies, testo dell’Apologia.