Tito Lucrezio Caro è un nome quasi senza biografia. Visse nel I secolo a.C., negli anni delle guerre civili; le date di solito indicate, circa 99–55 a.C., sono approssimative. San Girolamo, quattro secoli dopo, racconta che un filtro d’amore lo avrebbe fatto impazzire e che si sarebbe ucciso dopo aver scritto il poema negli intervalli di lucidità. Nessuno studioso serio lo prende alla lettera. Più affidabile è un dettaglio: in una lettera del 54 a.C. Cicerone scrive al fratello che il poema di Lucrezio ha molti lampi di talento e molta arte.
Il poema è il De rerum natura, sei libri di esametri dedicati a Memmio, un politico romano. Lucrezio vi espone la filosofia di Epicuro, che venera come un salvatore dell’umanità. Tutto è fatto di atomi e vuoto, il mondo non è stato costruito per noi, l’anima muore con il corpo. Non sono verità tristi, per lui. Servono a liberare dalla paura degli dèi e della morte.
Il problema, dice, è che la filosofia di Epicuro sembra amara a chi non la conosce. Allora fa come i medici con i bambini: spalmano di miele l’orlo della coppa perché bevano la medicina. La poesia è quel miele. Di questa fisica parla anche la pagina sull’atomismo di Lucrezio.
Fonti per approfondire: Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Lucretius”; Internet Encyclopedia of Philosophy, “Lucretius”; Perseus Digital Library, testo del De rerum natura.