Opere filosofiche

Simposio di Platone

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20262 min di lettura

Il greco del Simposio

Il testo completo in greco antico del Simposio si legge su Scaife, il servizio del progetto Perseus della Tufts University, nell’edizione oxoniense di John Burnet (1910). È diviso per sezioni, comodo per seguire le citazioni.

Una cena a casa di Agatone

Il poeta tragico Agatone ha appena vinto il suo primo concorso teatrale, e il giorno dopo invita gli amici. Si decide di non bere troppo, visto che molti hanno ancora il mal di testa dalla sera prima, e di passare la serata pronunciando a turno un elogio di Eros. Il racconto ci arriva di seconda mano, anzi di terza: Apollodoro lo ripete come lo aveva sentito da Aristodemo, che era presente. Platone sembra volerci ricordare che la scena è lontana e ricostruita.

Ogni discorso ha il suo carattere. Il più memorabile è quello del commediografo Aristofane. All’inizio, racconta, gli esseri umani erano doppi, rotondi, con quattro braccia e quattro gambe; erano così forti che Zeus, per indebolirli, li tagliò a metà. Da allora ognuno cerca la propria metà perduta, e questo cercare si chiama amore.

Che cosa insegnò Diotima

Quando tocca a Socrate, lui non parla a nome proprio. Riferisce ciò che gli insegnò da giovane Diotima, una sacerdotessa di Mantinea. Eros non è un dio bello: desidera la bellezza proprio perché non la possiede. Sta a metà strada tra il mortale e il divino, come il filosofo sta tra l’ignoranza e la sapienza. Amare vuol dire desiderare di possedere il bene per sempre, e quindi generare: figli, opere, leggi, idee.

Poi la famosa scala. Si comincia amando un corpo bello, poi la bellezza di tutti i corpi, poi quella delle anime, delle istituzioni, delle scienze, fino a vedere di colpo il Bello in sé, che non nasce e non muore.

A quel punto entra Alcibiade, ubriaco, con una corona di edera e viole. Invece di parlare di Eros fa l’elogio di Socrate. Lo paragona alle statuette di Sileno, brutte fuori e piene di immagini divine dentro, e racconta come in guerra, a Potidea, sopportasse il gelo a piedi nudi. All’alba quasi tutti dormono. Socrate se ne va e passa la giornata come al solito.

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