Paul Ricœur aveva due anni quando il padre, professore di inglese, fu ucciso in battaglia sulla Marna, nel 1915. La madre era morta poco dopo la sua nascita. Crebbe con i nonni paterni e una zia, a Rennes, in un ambiente protestante austero, pieno di libri. Più tardi, prigioniero di guerra in Germania per cinque anni, tradusse in francese un’opera di Husserl scrivendo nei margini del volume. Una vita segnata dalla perdita e dalla lettura: forse non è un caso che sia diventato il filosofo dell’interpretazione, della memoria e del racconto.
Il prigioniero che traduceva Husserl
Ricœur nasce a Valence nel 1913. Studia filosofia a Rennes e poi a Parigi, dove frequenta il circolo di Gabriel Marcel, filosofo cristiano dell’esistenza. Nel 1940, mobilitato, viene fatto prigioniero e trascorre il resto della guerra in un campo per ufficiali in Pomerania. Con altri prigionieri organizza corsi, letture, discussioni. Lì, su un esemplare delle Idee di Husserl, annota a matita la traduzione francese che pubblicherà nel 1950.
Dopo la guerra insegna a Strasburgo, poi alla Sorbona, poi a Nanterre, dove nel 1969 diventa preside della facoltà nel pieno della contestazione. L’esperienza è amara: viene contestato e umiliato dagli studenti, e lascia l’incarico. Per molti anni insegna anche a Chicago. Muore nel 2005.
Il simbolo dà a pensare
Il primo grande progetto di Ricœur è una filosofia della volontà. Nella Simbolica del male (1960) incontra un problema di metodo. Come parlare del male, della colpa, della macchia? Il linguaggio concettuale della filosofia non basta. L’umanità ha espresso queste esperienze attraverso simboli e miti: la macchia che contamina, il peso del peccato, il racconto di Adamo, la tragedia greca.
Ricœur conia una formula: il simbolo dà a pensare. Non bisogna scegliere tra il mito e il concetto. Il simbolo offre un senso che la riflessione deve interpretare, senza poterlo mai esaurire del tutto. È l’inizio della sua svolta ermeneutica.
I maestri del sospetto
Nel saggio su Freud, Dell’interpretazione (1965), Ricœur distingue due atteggiamenti interpretativi. C’è un’ermeneutica della fiducia, che cerca di ascoltare e recuperare il senso di un testo o di un simbolo. E c’è un’ermeneutica del sospetto, che cerca invece di smascherare ciò che il senso apparente nasconde.
I grandi maestri del sospetto sono tre: Marx, che smaschera dietro le idee gli interessi di classe; Nietzsche, che vi scopre la volontà di potenza; Freud, che vi legge il desiderio inconscio. Tutti e tre mostrano che la coscienza non è trasparente a sé stessa. Ricœur prende sul serio la loro lezione, ma pensa che il sospetto da solo non basti: dopo aver demolito le illusioni, bisogna tornare ad ascoltare.
Tempo e racconto
Negli anni Ottanta esce la grande trilogia Tempo e racconto. Il punto di partenza è un enigma che Agostino aveva formulato nelle Confessioni: se nessuno me lo chiede, so che cos’è il tempo; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so. Il tempo è difficile da pensare in astratto. Ma l’esperienza umana del tempo diventa comprensibile quando viene raccontata.
Il racconto, storico o di finzione, prende eventi sparsi e li organizza in una trama, con un inizio, uno sviluppo, una fine. Ricœur chiama questa operazione “configurazione”. Il lettore, a sua volta, riceve il racconto e ne trasforma la propria esperienza. Una persona che legge Alla ricerca del tempo perduto ne esce con un modo diverso di guardare la propria memoria.
Sé come un altro
Nel 1990 pubblica Sé come un altro, in cui affronta il problema dell’identità personale. Distingue due sensi dell’identità. Uno è la “medesimezza”: ciò che resta uguale nel tempo, come il carattere, le impronte digitali, il codice genetico. L’altro è l’”ipseità”: il modo in cui una persona si mantiene sé stessa pur cambiando. L’esempio migliore è la promessa. Quando prometto qualcosa e la mantengo, anche se nel frattempo sono cambiato, anche se ora mi costa, resto fedele a me stesso in un senso che nessuna continuità fisica può spiegare.
Tra le due identità fa da mediazione il racconto: l’identità narrativa. Siamo, in parte, le storie che raccontiamo di noi e che gli altri raccontano di noi. L’ultima grande opera, La memoria, la storia, l’oblio (2000), riflette sui doveri della memoria collettiva, sugli abusi del ricordo e sulla possibilità del perdono.