Un monaco piemontese che diventa arcivescovo di Canterbury e, quasi per caso, scrive l’argomento più discusso della storia della filosofia della religione. Anselmo nasce ad Aosta nel 1033 o 1034 e muore a Canterbury nel 1109. Tra questi due estremi c’è una vita divisa tra il silenzio del chiostro e lunghe, logoranti contese con i re d’Inghilterra.
Dalle Alpi alla Normandia
Giovane inquieto, in contrasto con il padre, Anselmo lascia la Valle d’Aosta e attraversa la Borgogna e la Francia. Arriva all’abbazia del Bec, in Normandia, attratto dalla fama del priore Lanfranco di Pavia, maestro celebre. Ci entra come monaco nel 1060, ne diventa priore e poi, nel 1078, abate. È al Bec che scrive le sue prime opere, pensate per i confratelli che gli chiedevano di mettere per iscritto le sue meditazioni.
Nel 1093 è nominato arcivescovo di Canterbury, contro la sua volontà secondo il biografo Eadmero. I rapporti con Guglielmo II e poi con Enrico I sono difficili, soprattutto sulla questione delle investiture, cioè su chi avesse il diritto di conferire le cariche ecclesiastiche. Anselmo conosce due volte l’esilio.
La fede che cerca di capire
Il motto che si associa ad Anselmo è “fides quaerens intellectum“, la fede che cerca l’intelligenza. Era il titolo originario del Proslogion. Nel primo capitolo dell’opera c’è anche la formula “non cerco di capire per credere, ma credo per capire” (credo ut intelligam), che riprende un tema di Agostino. La fede viene prima, ma non chiede di fermarsi. Al contrario, spinge a capire quello che si crede, per quanto la mente umana può.
Il Monologion (1076) va in questa direzione. Anselmo prova a mostrare, “con la sola ragione”, che esiste una natura suprema, partendo dai gradi di bontà che troviamo nelle cose: se ci sono cose più o meno buone, deve esserci qualcosa di buono per sé, attraverso cui tutte le altre sono buone. È un ragionamento lungo, articolato in molti passaggi. Lo stesso Anselmo, insoddisfatto, si mise a cercare un argomento unico che bastasse da solo.
L’argomento del Proslogion
Lo trovò, racconta, dopo molte notti di tentativi, quando ormai voleva rinunciare. Il punto di partenza è una definizione: Dio è “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore” (id quo maius cogitari nequit). Anche lo “stolto” del Salmo, che dice nel suo cuore “Dio non c’è”, capisce che cosa significa questa espressione. Dunque quella cosa esiste almeno nel suo intelletto. Ma ciò che esiste solo nell’intelletto è minore di ciò che esiste anche nella realtà. Se ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore esistesse solo nell’intelletto, se ne potrebbe pensare uno maggiore: lo stesso, ma esistente davvero. Contraddizione. Quindi esiste anche nella realtà.
Anselmo aggiunge l’esempio del pittore. Prima di dipingere, il pittore ha il quadro nella mente, ma non lo considera ancora esistente. Dopo averlo dipinto, lo ha sia nella mente sia nella realtà. Per un’analisi passo per passo, con le principali obiezioni, si può vedere la pagina sull’argomento ontologico di Anselmo.
L’isola perduta
La prima obiezione arrivò subito, da un monaco di Marmoutier, Gaunilone, che scrisse un breve testo “in difesa dello stolto”. Immagina, dice, un’isola perduta nell’oceano, più ricca e bella di ogni altra. Se seguissi il ragionamento di Anselmo dovrei concludere che esiste, perché un’isola reale è migliore di una solo pensata. Ma questo è assurdo. Anselmo rispose che il ragionamento vale solo per ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore, non per l’isola più bella. Fece anche copiare la critica di Gaunilone insieme alla propria risposta, accanto al Proslogion: un gesto raro.
Dopo Anselmo
Tommaso d’Aquino respinse l’argomento: non conosciamo l’essenza di Dio abbastanza da partire da essa. Cartesio e Leibniz ne proposero nuove versioni. Kant lo criticò osservando che l’esistenza non è un predicato reale, cioè non aggiunge nulla al concetto di una cosa: cento talleri reali non contengono un tallero in più di cento talleri pensati.
Anselmo scrisse anche il Cur Deus homo, sul perché Dio si sia fatto uomo, e dialoghi sulla verità e sulla libertà dell’arbitrio. Venerato come santo, nel 1720 fu proclamato dottore della Chiesa.