“Se voglio prepararmi un bicchiere d’acqua zuccherata, ho un bel fare: devo aspettare che lo zucchero si sciolga.” Questa frase, che sembra uscita da un manuale di economia domestica, sta nell’Evoluzione creatrice di Henri Bergson, ed è una piccola lezione di metafisica. Per la fisica, il tempo è una variabile che si può accelerare in un calcolo. Per chi aspetta davanti al bicchiere, invece, quel tempo non è comprimibile: coincide con la mia impazienza, con un pezzo della mia esistenza. È questa differenza tra il tempo misurato e il tempo vissuto che Bergson ha cercato di pensare per tutta la vita.
Una carriera brillante
Bergson nasce a Parigi nel 1859, da padre musicista ebreo polacco e madre inglese. È uno studente eccezionale, premiato sia in matematica sia in lettere. Entra all’École normale supérieure nello stesso anno di Jean Jaurès. Insegna per alcuni anni nei licei di provincia, a Clermont-Ferrand. Nel 1889 discute le sue tesi di dottorato, la principale delle quali è il Saggio sui dati immediati della coscienza.
Nel 1900 viene chiamato al Collège de France. Le sue lezioni diventano un evento mondano. L’aula si riempie di studenti, intellettuali, signore dell’alta società, curiosi; qualcuno manda il domestico a occupare il posto in anticipo. Nel 1927 riceve il premio Nobel per la letteratura.
Il tempo spazializzato
Il Saggio parte da un’osservazione. Quando pensiamo il tempo, di solito lo immaginiamo come una linea, fatta di istanti uno accanto all’altro, come i punti di un segmento. L’orologio lo divide in parti uguali. Ma questa è un’immagine presa dallo spazio. È utile per la scienza e per la vita pratica, però tradisce l’esperienza.
Il tempo vissuto, che Bergson chiama “durata”, non è fatto di momenti separati. È un flusso continuo in cui ogni stato di coscienza penetra nell’altro, come le note di una melodia: se le ascoltassimo separatamente, una dopo l’altra, non avremmo più la melodia. Il presente porta con sé tutto il passato, e lo trasforma.
La libertà
Da qui una nuova soluzione al problema della libertà. I deterministi immaginano la coscienza come una serie di stati distinti, ciascuno causato dal precedente, come le palle di un biliardo. Ma la coscienza non funziona così. Un atto libero è quello che esprime la personalità intera, con tutta la sua storia: non può essere previsto, perché per prevederlo bisognerebbe essere quella persona e averne vissuto tutta la durata.
Achille e la tartaruga
Bergson applica la stessa analisi ai paradossi di Zenone. L’errore di Zenone, sostiene, è trattare il movimento come se fosse lo spazio percorso, divisibile all’infinito. Ma un passo di Achille è un atto indivisibile. Si può dividere la traiettoria, non il movimento.
Materia e memoria
In Materia e memoria (1896) Bergson affronta il rapporto tra mente e corpo. Il cervello, sostiene, non conserva i ricordi come un archivio. È piuttosto un organo di selezione, che lascia passare i ricordi utili all’azione presente. Bergson distingue una memoria-abitudine, come quella che ci fa recitare una poesia imparata a forza di ripeterla, da una memoria pura, che conserva ogni evento nella sua unicità, come il ricordo della prima volta in cui l’abbiamo letta.
Lo slancio vitale
L’evoluzione creatrice (1907) estende l’idea di durata alla vita intera. Bergson accetta l’evoluzione delle specie, ma non crede che la si possa spiegare soltanto con variazioni casuali e selezione, come in Darwin, né con un piano prestabilito. La vita è uno “slancio vitale”, un impulso creativo che si divide in direzioni diverse, come un getto che si frammenta, producendo forme sempre nuove e imprevedibili.
L’intelligenza umana è fatta per agire sulla materia, per fabbricare strumenti. Per questo tende a pensare tutto come una serie di immagini fisse, come fa il cinematografo, che ricostruisce il movimento facendo scorrere fotogrammi immobili. Per cogliere la durata serve un’altra facoltà, l’intuizione.
Il riso e le due fonti
Il breve saggio Il riso (1900) propone una teoria del comico ancora citata. Ridiamo quando vediamo “del meccanico applicato sul vivente”: un uomo che inciampa perché continua a camminare come un automa, un gesto che si ripete in modo rigido, una persona che si comporta come una cosa.
Nell’ultima grande opera, Le due fonti della morale e della religione (1932), Bergson distingue una società chiusa, che protegge i propri membri e esclude gli estranei, da una società aperta, animata dall’amore per l’umanità intera, di cui i grandi mistici sono l’esempio.
Bergson muore a Parigi occupata nel gennaio 1941. Nel suo testamento aveva scritto di essersi avvicinato al cattolicesimo, ma di non volersi convertire per restare tra coloro che sarebbero stati perseguitati.