Durante la Seconda guerra mondiale Emmanuel Levinas era prigioniero in un campo di lavoro in Germania. I prigionieri ebrei come lui erano tenuti separati. Le guardie e i civili che li incrociavano li guardavano come se non fossero più esseri umani. Un giorno nel campo comparve un cane randagio, che i prigionieri chiamarono Bobby. Ogni mattina e ogni sera li accoglieva abbaiando e scodinzolando, felice di vederli. Anni dopo Levinas scrisse che quel cane era stato, per qualche settimana, l’ultimo kantiano della Germania nazista: l’unico che li riconoscesse come uomini.
Da Kaunas a Parigi
Levinas nasce nel 1906 a Kaunas, in Lituania, in una famiglia ebraica colta. Da bambino legge la Bibbia in ebraico e i grandi romanzieri russi. Nel 1923 va a studiare filosofia a Strasburgo, dove stringe un’amicizia lunga una vita con lo scrittore Maurice Blanchot. Tra il 1928 e il 1929 è a Friburgo: segue le lezioni di Husserl e scopre Heidegger, che lo colpisce profondamente. Contribuisce a far conoscere la fenomenologia in Francia, anche traducendo con Gabrielle Peiffer le Meditazioni cartesiane di Husserl.
Diventato cittadino francese, nel 1939 è mobilitato e l’anno seguente viene catturato. La prigionia, come soldato francese, lo protegge dalla deportazione. Ma quasi tutta la sua famiglia rimasta in Lituania viene uccisa. Dopo la guerra dirige a lungo una scuola ebraica di Parigi, l’École normale israélite orientale, e solo più tardi ottiene la cattedra universitaria. Muore a Parigi nel 1995.
L’orrore dell’”il y a”
Prima ancora del volto, Levinas aveva descritto un’esperienza opposta. In un piccolo libro scritto in gran parte durante la prigionia, Dall’esistenza all’esistente (1947), parla dell’”il y a”, il “c’è” anonimo. Chiunque abbia passato una notte d’insonnia lo conosce: non pensi a nulla di preciso, eppure qualcosa continua, un brusio senza oggetto, un esistere impersonale da cui non riesci a staccarti. Per Levinas non è un’esperienza di pace ma di oppressione. Il soggetto nasce strappandosi a questo anonimato, e solo l’incontro con l’altro gli apre davvero una via d’uscita dalla chiusura in sé stesso.
Contro il primato dell’essere
L’ammirazione per Heidegger si trasforma presto in distanza, e dopo l’adesione di Heidegger al nazismo in una critica radicale. Levinas sostiene che tutta la filosofia occidentale, da Parmenide a Heidegger, ha cercato di ricondurre il diverso allo stesso. Conoscere qualcosa ha significato comprenderlo, afferrarlo, includerlo in un sistema. È un sapere che tende alla totalità, e la totalità, per Levinas, ha qualcosa di violento: non lascia spazio a ciò che è davvero altro.
Totalità e infinito
Il suo libro principale si intitola proprio Totalità e infinito (1961). Contro la totalità, Levinas recupera un’idea che trova in Cartesio. Nella terza delle Meditazioni metafisiche Cartesio scopre in sé l’idea dell’infinito, un’idea che il pensiero finito non può aver prodotto da solo, perché lo eccede. Per Levinas questa è la struttura del rapporto con l’altro: un rapporto con qualcosa che non posso contenere.
Il volto
L’altro mi si presenta come volto. Non si tratta del colore degli occhi o della forma del naso: chi descrive un volto in quel modo lo ha già trasformato in un oggetto. Il volto, per Levinas, è l’esposizione dell’altro nella sua nudità e vulnerabilità. E questa esposizione mi parla. La prima parola del volto, scrive, è “non uccidere”.
Non è un comando che viene da una legge esterna, ma un appello che mi raggiunge prima di ogni scelta. Posso naturalmente ignorarlo, perfino uccidere. Ma non posso fare come se non l’avessi sentito. L’etica, quindi, non viene dopo la conoscenza del mondo: viene prima. Levinas parla dell’etica come filosofia prima, titolo che la tradizione riservava alla metafisica.
Una responsabilità asimmetrica
La responsabilità verso l’altro non è uno scambio. Non sono responsabile perché l’altro lo è verso di me, né nella misura in cui lo è. Levinas cita spesso una frase dai Fratelli Karamazov di Dostoevskij: ciascuno di noi è colpevole davanti a tutti, e io più degli altri. Nel secondo grande libro, Altrimenti che essere (1974), questa responsabilità arriva a essere descritta come una sostituzione: essere ostaggio dell’altro.
Il filosofo e il Talmud
Accanto alle opere filosofiche, Levinas scrisse le “letture talmudiche”, commenti a passi del Talmud tenuti ogni anno a un convegno di intellettuali ebrei francesi. Teneva separati i due registri, ma il dialogo tra la tradizione greca e quella ebraica attraversa tutto il suo lavoro. La filosofia, diceva, deve tradurre in greco ciò che la Bibbia insegna.