Filosofi

Emanuele Severino

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Tutto è eterno. Non solo Dio, o le idee, o i numeri: tutto. Questa sedia, il gesto con cui la sposto, il pensiero che ho avuto un minuto fa. Emanuele Severino ha sostenuto per sessant’anni questa tesi, che sembra smentita da ogni istante della nostra esperienza. Ed è proprio questo che lo rende uno dei filosofi italiani più radicali e discussi del Novecento: non ha mai cercato di rendere la sua posizione più accettabile, ma l’ha seguita fino in fondo.

Una carriera precoce e uno strappo

Severino nasce a Brescia nel 1929. Studia a Pavia con Gustavo Bontadini, filosofo neoscolastico, e si laurea a ventun anni con una tesi su Heidegger e la metafisica. Nel 1958 pubblica La struttura originaria, un libro di logica e ontologia molto tecnico, che ripubblicherà più tardi in versione rivista. Insegna all’Università Cattolica di Milano.

Nel 1964 esce sulla Rivista di filosofia neo-scolastica un saggio dal titolo programmatico: Ritornare a Parmenide. Le sue tesi attirano l’attenzione dell’ex Sant’Uffizio, la congregazione vaticana per la dottrina della fede. Dopo un lungo esame, alla fine degli anni Sessanta la sua filosofia viene giudicata incompatibile con il cristianesimo, e Severino lascia la Cattolica. Passa all’università di Venezia, dove insegnerà fino alla pensione. Muore nel 2020.

Il ritorno a Parmenide

Il punto di partenza è il principio di Parmenide: l’essere è e non può non essere; il non essere non è. Severino lo prende alla lettera. Se un ente è, se è qualcosa e non nulla, allora non può non essere. Dire che qualcosa, a un certo punto, non era, e che a un certo punto non sarà più, significa dire che quel qualcosa, in quei momenti, è nulla. Ma un essere che è nulla è una contraddizione.

Ne segue che nessun ente nasce dal nulla e nessuno ritorna nel nulla. Ogni cosa è eterna. La legna e la cenere, il bambino e l’adulto che è diventato: sono tutti eterni.

E il divenire?

L’obiezione è ovvia. Vediamo continuamente le cose nascere e morire. Come lo si spiega? Severino non nega l’esperienza del cambiamento. La interpreta in un altro modo. Ciò che chiamiamo divenire non è un passaggio dal nulla all’essere e dall’essere al nulla, ma il comparire e lo scomparire degli eterni. Come il sole che sorge non viene creato all’alba e non viene distrutto al tramonto, ma entra ed esce dal nostro orizzonte, così le cose entrano ed escono dall’apparire. Quando la legna brucia, la legna non è annientata: esce dall’apparire, e vi entra la cenere.

Il nichilismo dell’Occidente

Su questa base Severino propone una rilettura di tutta la storia occidentale. Già con Platone, sostiene, l’Occidente ha cominciato a credere che le cose oscillino tra l’essere e il niente: che siano prodotte e distrutte. Questa fede è il nichilismo, nel senso più profondo: credere che l’ente sia niente. La parola ha qui un significato diverso da quello abituale, ed è importante coglierlo. Per Severino non sono nichilisti solo quelli che negano i valori, ma tutta la metafisica, la religione, la scienza che pensano le cose come create e distruttibili.

Il nichilismo arriva al suo compimento con Nietzsche e con la filosofia contemporanea, che riconoscono apertamente che non c’è nessun essere immutabile, nessun Dio, nessuna verità eterna che possa impedire il divenire. In questo Severino si confronta continuamente con Heidegger, che aveva parlato di un “oblio dell’essere”: ma per Severino anche Heidegger resta dentro il nichilismo.

La tecnica

Negli ultimi decenni Severino scrive molto sulla tecnica, anche in articoli di giornale rivolti a un pubblico ampio. La tecnica moderna è l’espressione più coerente della fede nel divenire: è la capacità di produrre e distruggere le cose a piacimento. Le grandi forze della tradizione, il cristianesimo, il capitalismo, la democrazia, il comunismo, pensano di usare la tecnica come uno strumento per i propri fini. Severino sostiene che sta accadendo il contrario. Poiché tutte hanno bisogno della tecnica per realizzare i propri scopi, finiranno per subordinare quegli scopi al potenziamento della tecnica stessa, che diventerà il vero fine.

Un esempio che faceva spesso: un’impresa capitalistica che, per sopravvivere alla concorrenza, deve investire sempre di più in innovazione tecnologica, finisce per avere come scopo non più il profitto, ma l’aumento della propria potenza tecnica.

Come leggerlo

Severino non è un autore facile. I suoi libri principali, come Essenza del nichilismo (1972) o Destino della necessità (1980), sono scritti in un linguaggio denso e ripetitivo, quasi liturgico. Conviene cominciare dagli scritti più brevi, o dalle interviste. E conviene tenere a mente che la sua tesi, per quanto strana, nasce da un ragionamento semplice e antico. Chi vuole rifiutarla deve trovare l’errore nel ragionamento, non solo nella conclusione: un po’ come accade con i paradossi di Zenone.