Nel 1257, nello stesso anno, due giovani frati vengono accolti ufficialmente tra i maestri dell’università di Parigi: il domenicano Tommaso d’Aquino e il francescano Giovanni di Fidanza, che tutti conoscono come Bonaventura. Avevano più o meno la stessa età, insegnavano nella stessa città, commentavano gli stessi testi. Eppure le loro filosofie hanno un tono diversissimo. Dove Tommaso costruisce, Bonaventura sale.
Da Bagnoregio a Parigi
Bonaventura nasce a Bagnoregio, nell’alto Lazio, intorno al 1217. Una tradizione racconta che da bambino fu guarito da una grave malattia per intercessione di Francesco d’Assisi, e che proprio da questo episodio venisse il nome. Studia a Parigi, prima alla facoltà delle arti, poi in teologia, alla scuola del francescano Alessandro di Hales. Entra nell’ordine dei frati minori intorno al 1243.
La carriera accademica si interrompe presto. Nel 1257 viene eletto ministro generale dell’ordine francescano, che in quegli anni era lacerato da un conflitto profondo: da una parte chi voleva una povertà assoluta, fedele alla lettera della Regola di Francesco, dall’altra chi accettava compromessi per poter studiare, predicare, avere conventi nelle città. Bonaventura cerca una via di mezzo e governa l’ordine per diciassette anni. Scrive anche una nuova biografia di san Francesco, la Legenda maior, che nel 1266 diventa la versione ufficiale; le biografie precedenti vengono fatte distruggere.
Nel 1273 è nominato cardinale. Muore a Lione nel luglio del 1274, mentre è in corso il concilio a cui partecipava.
Sul monte della Verna
L’opera più letta di Bonaventura è breve. Si intitola Itinerario della mente in Dio e nasce nel 1259, durante un soggiorno sul monte della Verna, dove Francesco aveva ricevuto le stimmate. Bonaventura medita sulla visione che il santo aveva avuto in quel luogo: un serafino con sei ali, in forma di crocifisso. Le sei ali diventano sei gradi di un’ascesa.
Lo schema è semplice e potente. Prima si cerca Dio fuori di noi, nelle creature, che ne sono le “vestigia”, come le orme lasciate da qualcuno che è passato. Poi dentro di noi, nell’anima, che ne è “immagine”, perché con memoria, intelligenza e volontà riflette la Trinità. Infine sopra di noi, contemplando Dio come essere e come bene. Ogni livello ha due gradi, e il viaggio si conclude con un passaggio oltre l’intelletto, nell’amore e nel silenzio.
Leggere il mondo come un libro
L’idea che il mondo sia un libro scritto da Dio non è nuova, ma Bonaventura la sviluppa con particolare finezza. Ogni creatura, se guardata bene, rimanda al suo autore. Chi non è illuminato da tanti splendori delle cose create è cieco, scrive; chi non si sveglia a tante grida è sordo. Non si tratta di una prova di Dio nel senso di Tommaso, che parte dal movimento o dalla causalità, ma di un modo di guardare.
L’eredità di Agostino
Bonaventura è il grande rappresentante, nel XIII secolo, della tradizione di Agostino. Per lui la conoscenza certa non si spiega solo con l’esperienza sensibile e l’astrazione, come per gli aristotelici: richiede una illuminazione divina, una luce che rende la mente capace di cogliere verità immutabili. Anche la sua prova dell’esistenza di Dio ha un sapore anselmiano: l’idea di Dio è presente nella mente, e chi la comprende davvero non può pensare che Dio non esista. Il confronto con l’argomento di Anselmo viene naturale.
Contro l’eternità del mondo
Sull’eternità del mondo Bonaventura è più netto di Tommaso. Tommaso riteneva che la ragione da sola non potesse dimostrare né che il mondo è eterno né che ha avuto un inizio. Bonaventura pensa invece che un mondo eterno porti a contraddizioni: per esempio, sarebbe già trascorso un numero infinito di giorni, e un infinito non può essere percorso fino a oggi. Dietro la discussione tecnica c’è una preoccupazione chiara: l’aristotelismo radicale che si diffondeva a Parigi minacciava di separare la filosofia dalla fede.
Il Dottore serafico
Bonaventura fu proclamato santo nel 1482 e dottore della Chiesa nel 1588, con il titolo di Doctor seraphicus. Nella Commedia Dante gli affida, nel dodicesimo canto del Paradiso, l’elogio di san Domenico, mentre nel canto precedente è Tommaso, domenicano, a raccontare la vita di Francesco. È un incrocio voluto: i due ordini e le due scuole che si lodano a vicenda.