Il fondatore dello stoicismo arrivò alla filosofia per un naufragio. Così almeno racconta Diogene Laerzio. Zenone, mercante di porpora originario di Cizio, sull’isola di Cipro, perse il carico in mare e si ritrovò ad Atene. Seduto nella bottega di un libraio, lesse il secondo libro dei Memorabili di Senofonte, quello su Socrate, e chiese dove si potessero trovare uomini simili. In quel momento passava di lì Cratete, il filosofo cinico. Il libraio glielo indicò: segui quello.
Gli anni di apprendistato
Zenone nasce intorno al 334 a.C., pochi anni prima della morte di Alessandro Magno. Ad Atene frequenta Cratete, da cui eredita la convinzione che la virtù basti alla felicità e una certa indifferenza per le convenzioni. Ma non si ferma al cinismo. Studia con Stilpone di Megara, abile dialettico, e con Polemone, che dirigeva l’Accademia platonica.
Intorno al 300 a.C. comincia a insegnare per conto proprio. Il luogo scelto è un portico dipinto nell’agorà di Atene, la Stoà Poikile. Dal portico, stoà, prende nome la scuola: i suoi seguaci furono chiamati stoici. Insegnare in uno spazio pubblico, aperto a chiunque passasse, era già una scelta che diceva qualcosa sul modo di intendere la filosofia.
Gli Ateniesi lo stimarono molto. Alla sua morte, intorno al 262 a.C., gli decretarono una corona d’oro e una tomba a spese pubbliche nel Ceramico, lodandolo perché aveva esortato i giovani alla virtù e alla temperanza con l’esempio della propria vita.
Tre parti, un solo organismo
Di Zenone non resta nessuna opera intera; conosciamo alcuni titoli, tra cui una Repubblica, scritta in gioventù sotto l’influsso cinico, e qualche frase. Molto di quello che chiamiamo stoicismo antico fu sistemato dai successori, Cleante e soprattutto Crisippo. Ma alcune idee di fondo risalgono a lui.
La filosofia si divide in logica, fisica ed etica. Gli stoici amavano illustrare il rapporto con immagini. Un frutteto: la logica è il recinto, la fisica gli alberi, l’etica i frutti. Un uovo: il guscio è la logica, l’albume l’etica, il tuorlo la fisica. Un essere vivente: le ossa e i nervi sono la logica, la carne l’etica, l’anima la fisica. Le immagini cambiano, ma il messaggio è lo stesso: le parti non si separano.
Una mano che si chiude
Cicerone riferisce un gesto con cui Zenone spiegava la conoscenza. Mostrava la mano aperta, con le dita distese: ecco la rappresentazione. Piegava un po’ le dita: ecco l’assenso. Chiudeva il pugno: ecco la comprensione, la presa salda della cosa. Poi stringeva il pugno con l’altra mano: questa è la scienza, che solo il saggio possiede. Una lezione di epistemologia in quattro movimenti, che si ricorda facilmente.
Vivere secondo natura
Il fine della vita, per Zenone, è vivere in accordo, homologouménos: in coerenza con sé stessi e con la natura, che per gli stoici è ordinata da una ragione divina, il logos. Solo la virtù è un bene; solo il vizio è un male. Ricchezza, salute, fama, perfino la vita stessa sono “indifferenti”. Non tutti allo stesso modo, però: la salute è preferibile alla malattia, anche se non rende di per sé buoni.
Le passioni, come la paura o l’eccessivo desiderio, sono giudizi sbagliati e moti eccessivi dell’anima. Il saggio non è insensibile, ma non si lascia travolgere. Un aneddoto riportato da Diogene Laerzio descrive bene il tono: a un giovane che parlava troppo, Zenone avrebbe detto che abbiamo due orecchie e una sola bocca per ascoltare di più e parlare di meno.
Una città senza templi
La Repubblica giovanile, di cui sappiamo poco e quel poco attraverso critici spesso ostili, sembra descrivere una comunità di saggi senza templi, tribunali e palestre, dove gli uomini non sono divisi per città e popoli ma vivono come un unico gregge sotto una legge comune. Plutarco la riassume proprio così. Era un’utopia di stampo cinico che più tardi imbarazzò alcuni stoici, ma l’idea di fondo, una ragione comune che rende tutti gli uomini concittadini, diventerà il cosmopolitismo stoico.
Gli eredi romani
La scuola fondata nel portico ebbe una lunghissima vita. A Roma lo stoicismo divenne una filosofia di uomini pubblici: Seneca, consigliere di Nerone, Epitteto, schiavo affrancato, e infine un imperatore, Marco Aurelio. Il loro stoicismo è più pratico e più personale di quello delle origini, ma l’idea di Zenone, che la felicità dipende dalla virtù e non dalla fortuna, resta il centro di tutto.