Nel 1820 un giovane libero docente di trentadue anni fissa le sue lezioni all’università di Berlino esattamente alla stessa ora di quelle di Hegel, il filosofo più celebre di Germania. È una sfida. La perde clamorosamente: le sue lezioni restano quasi deserte, e il corso viene presto abbandonato. Arthur Schopenhauer non perdonerà mai né Hegel né il mondo accademico, e per il resto della vita chiamerà il rivale un ciarlatano. Ma il suo momento sarebbe arrivato, trent’anni più tardi.
Un figlio di mercanti
Schopenhauer nasce a Danzica nel 1788. Il padre è un ricco commerciante che vuole farne un mercante, e per convincerlo gli promette un lungo viaggio in Europa, a patto che poi si dedichi agli affari. Il ragazzo accetta, viaggia, vede la Francia, l’Inghilterra, la Svizzera, e rimane impressionato dalla miseria che incontra. Nel 1805 il padre muore, forse suicida. Poco dopo Arthur abbandona il commercio.
La madre, Johanna, si trasferisce a Weimar, dove apre un salotto frequentato da Goethe e diventa una scrittrice di successo. I rapporti tra madre e figlio sono pessimi. Una volta, secondo un racconto noto, Arthur le avrebbe detto che i suoi libri sarebbero stati letti quando di quelli di lei non si sarebbe più ricordato nessuno. Ebbe ragione.
Studia a Gottinga, dove un professore gli consiglia di leggere prima Platone e Kant, e a Berlino, dove ascolta Fichte. Nel 1813 si addottora con una tesi sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente.
Il mondo è mia rappresentazione
Il capolavoro esce nel 1818, con la data dell’anno successivo: Il mondo come volontà e rappresentazione. Si apre con una frase che vuole essere evidente a chiunque rifletta: il mondo è mia rappresentazione. Tutto ciò che conosco, il sole, la terra, il mio stesso corpo, lo conosco come oggetto per un soggetto che lo percepisce. Fin qui Schopenhauer segue Kant: conosciamo i fenomeni, non le cose in sé.
Ma introduce un’immagine presa dalla filosofia indiana, che conosceva attraverso le prime traduzioni delle Upanishad. Il mondo dei fenomeni è come il “velo di Maya”: un’apparenza che ci mostra cose separate e molteplici, nello spazio e nel tempo, mentre la realtà profonda è una sola.
La volontà
Qual è questa realtà? Kant diceva che la cosa in sé non si può conoscere. Schopenhauer pensa che ci sia una via di accesso: il nostro corpo. Io non conosco il mio corpo solo dall’esterno, come un oggetto tra gli altri. Lo conosco anche dall’interno, come volontà: quando voglio alzare un braccio, il braccio si alza. L’atto di volontà e il movimento del corpo non sono due cose diverse, ma la stessa cosa vista da due lati.
Da qui Schopenhauer fa un salto audace. Tutto il mondo, in fondo, è volontà. Non una volontà consapevole, ma una spinta cieca, irrazionale, senza scopo, che si manifesta nella forza di gravità, nella crescita delle piante, nell’istinto degli animali, nei desideri degli uomini.
Tra il dolore e la noia
Le conseguenze sono cupe. Volere significa mancare di qualcosa, e la mancanza è sofferenza. Quando il desiderio è soddisfatto, la soddisfazione dura poco: subito arriva un nuovo desiderio, oppure la noia. La vita, scrive, oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia. La felicità non è che una pausa momentanea della sofferenza.
Tre vie di liberazione
Se il mondo è così, come si può vivere? Schopenhauer indica tre vie, ciascuna più radicale della precedente.
La prima è l’arte. Nella contemplazione estetica dimentichiamo per un momento i nostri desideri e diventiamo puro occhio del mondo. Tra le arti la più alta è la musica: non rappresenta le idee, come la pittura o la poesia, ma esprime direttamente la volontà stessa. Non sorprende che Wagner ne fosse entusiasta.
La seconda è la morale della compassione. Quando soffro per il dolore di un altro, il velo di Maya si squarcia per un attimo: riconosco che l’altro e io siamo la stessa volontà. La compassione, non il dovere kantiano, è il fondamento della morale.
La terza è l’ascesi: la negazione della volontà di vivere, come nei santi cristiani e negli asceti buddhisti e indiani.
La fama tardiva
Per decenni il libro vende pochissimo. Schopenhauer si stabilisce a Francoforte nel 1833, conduce una vita regolare e solitaria in compagnia dei suoi barboncini. Nel 1851 pubblica i Parerga e paralipomena, saggi e aforismi scritti in uno stile brillante, e finalmente arriva il successo. Lì si trova, tra l’altro, la parabola dei porcospini: in una fredda giornata d’inverno si stringono per scaldarsi, ma si pungono con gli aculei e si allontanano, finché trovano una distanza moderata. Così, dice, fanno gli uomini in società.
Muore a Francoforte nel 1860. Tra i suoi lettori più appassionati c’è un giovane studente di filologia, Friedrich Nietzsche, che trova per caso Il mondo come volontà e rappresentazione in una libreria di Lipsia e ne resta folgorato.