Filosofi

Michel Foucault

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20264 min di lettura

Il 2 marzo 1757, a Parigi, Robert-François Damiens, che aveva tentato di uccidere il re Luigi XV, fu giustiziato in pubblico con un supplizio lunghissimo: tenaglie, piombo fuso, squartamento. Michel Foucault apre Sorvegliare e punire con il resoconto di quella esecuzione. Subito dopo riporta il regolamento di una casa di correzione per giovani detenuti di circa ottant’anni dopo: orari, sveglia, preghiera, lavoro, scuola, silenzio. Due pagine, due modi di punire. Il libro cerca di capire come si sia passati dall’uno all’altro, e che cosa ci dica questo passaggio sul potere moderno.

Un filosofo che lavorava negli archivi

Foucault nasce a Poitiers nel 1926, figlio di un chirurgo. Studia all’École normale supérieure, dove si forma in filosofia e psicologia. Gli anni da studente sono difficili, segnati da crisi personali. Lavora poi all’estero, in Svezia, Polonia e Germania, e scrive la sua tesi di dottorato tra le biblioteche: la Storia della follia nell’età classica, pubblicata nel 1961. Nel 1970 viene eletto al Collège de France su una cattedra che lui stesso chiama “Storia dei sistemi di pensiero”. Muore nel 1984, a cinquantasette anni, per una malattia legata all’AIDS.

Il suo metodo è insolito per un filosofo. Non commenta soltanto i grandi testi: legge regolamenti di ospedali, trattati di medicina, manuali di pedagogia, atti processuali. Cerca di capire come una società, in un certo periodo, ha deciso che cosa conta come vero, normale, sano.

La follia e la ragione

La Storia della follia racconta come, a partire dal Seicento, l’Europa abbia cominciato a rinchiudere i folli insieme ai poveri, ai vagabondi e ai disoccupati. Nel Medioevo e nel Rinascimento la follia aveva un posto nel mondo, anche se inquietante. Nell’età che Foucault chiama “classica” diventa ciò che la ragione esclude. Un passo del libro riguarda Cartesio, che nelle Meditazioni esclude la follia dalle ragioni del dubbio. Su quella lettura nacque una celebre polemica con Jacques Derrida, che la contestò in una conferenza del 1963, e alla quale Foucault rispose con durezza anni dopo.

La morte dell’uomo

Nel 1966 esce Le parole e le cose, un best seller inatteso per un libro così difficile. Foucault vi analizza le “episteme”, le strutture profonde del sapere di un’epoca: ciò che rende possibile pensare certe cose e non altre. La tesi più discussa è che “l’uomo”, come oggetto di conoscenza delle scienze umane, sia un’invenzione recente, nata alla fine del Settecento. E che potrebbe scomparire, come un volto disegnato sulla sabbia in riva al mare: l’immagine con cui il libro si chiude.

Il potere che produce

Dagli anni Settanta l’attenzione si sposta sul potere. Qui Foucault prende molto da Nietzsche, e chiama il suo metodo, come lui, genealogia. L’idea centrale è che il potere non sia soltanto qualcosa che reprime, vieta, censura. Il potere produce: produce saperi, comportamenti, perfino identità.

Il panopticon

In Sorvegliare e punire (1975) il simbolo di questo potere è il panopticon, un progetto di carcere ideato dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Le celle sono disposte ad anello intorno a una torre centrale. Dalla torre il sorvegliante può vedere ogni detenuto; i detenuti non possono vedere il sorvegliante. Non sanno mai se in quel momento qualcuno li sta guardando. Così finiscono per sorvegliare sé stessi.

Per Foucault questo modello va molto oltre il carcere. Scuole, caserme, fabbriche, ospedali funzionano secondo la stessa logica: esami, registri, classifiche, orari. È il potere disciplinare, che non colpisce il corpo come il boia di Damiens, ma lo addestra, lo misura, lo rende docile e utile.

La biopolitica

Negli ultimi anni Foucault parla di biopotere: il potere moderno si occupa della vita delle popolazioni, delle nascite, della salute, dell’igiene, della longevità. Nel primo volume della Storia della sessualità (1976) contesta l’idea che la società moderna abbia semplicemente represso il sesso. Al contrario, non ha smesso di parlarne, di classificarlo, di farlo confessare. Gli ultimi due volumi, usciti nel 1984 poco prima della morte, tornano agli antichi greci e romani e al tema della “cura di sé”.

L’intellettuale specifico

Foucault non fu soltanto uno studioso. Nel 1971 fondò con altri il Gruppo di informazione sulle prigioni, che raccoglieva e diffondeva le testimonianze dei detenuti sulle loro condizioni di vita. Non voleva parlare al posto loro, ma creare le condizioni perché fossero ascoltati. Diffidava della figura dell’intellettuale universale, che si pronuncia su tutto in nome della verità e della giustizia; preferiva quello che chiamava intellettuale “specifico”, impegnato nel campo che conosce davvero, che si tratti di ospedali, carceri o scuole.

Negli ultimi corsi al Collège de France studiò la parresia, il “dire il vero” degli antichi: il coraggio di dire una verità scomoda a chi ha il potere, correndo un rischio personale. Era un tema che, alla fine della sua vita, sembrava riguardarlo da vicino.