Grammatica latina › Per cominciare
Nessuno ha mai sentito parlare Cicerone. Della pronuncia latina sappiamo comunque molto, grazie ai grammatici antichi, alle trascrizioni in greco, ai giochi di parole e alle lingue romanze. A scuola si usano due pronunce. Le regole dell’accento, invece, sono le stesse per tutte e due, e vanno imparate subito: un accento sbagliato, come legère al posto di lègere, cambia la coniugazione del verbo.
L’alfabeto
L’alfabeto latino classico ha ventitré lettere:
A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V X Y Z
Mancano J, U e W. I Romani scrivevano con la stessa lettera la i vocale e la i consonante (iam, Iulius), e con la V sia la vocale u sia la consonante. Le edizioni moderne di solito distinguono u e v (servus, vivus); la j si trova solo in qualche testo più vecchio. K compare in poche parole (Kalendae), mentre Y e Z servivano per le parole prese dal greco (lyra, zona).
Due pronunce
La pronuncia scolastica, detta anche ecclesiastica o italiana, è quella della tradizione della Chiesa ed è la più diffusa nelle scuole italiane. La pronuncia restituita, o classica, prova a ricostruire il modo in cui si parlava a Roma nel I secolo a.C. Nessuna delle due è sbagliata. L’importante è sceglierne una e usarla con coerenza.
| Grafia | Esempio | Scolastica | Restituita |
|---|---|---|---|
| c davanti a e, i, ae, oe | Cicero | «Cìcero», c dolce | «Kìkero», c dura |
| g davanti a e, i | gens | g dolce | g dura, come in «ghiro» |
| ae, oe | rosae, poena | «e» | «ai», «oi» |
| ti + vocale, non accentato | gratia | «gràzia» | «gràtia» |
| v | vinum | come in «vino» | come la w inglese |
| gn | agnus | come in «agnello» | g + n separate |
| sc davanti a e, i | scientia | come in «scena» | «sk» |
| ph, th, ch | philosophia | f, t, k | p, t, k aspirate |
| y | lyra | «i» | come la u francese |
Ci sono anche regole comuni alle due pronunce. X vale «ks» (rex), qu vale «kw» (aqua), la h nella scolastica non si pronuncia. Il ti resta «ti» quando è accentato (totìus) o quando segue s, t o x (bestia, Attius).
Vocali e dittonghi
Le vocali sono cinque, più la y greca. Un dittongo è l’unione di due vocali in un’unica sillaba. I dittonghi latini più comuni sono ae, oe, au ed eu (rosae, poena, aurum, heu). Quando due vocali vicine vanno pronunciate separatamente, molte edizioni lo segnalano con la dieresi: poëta si legge «po-è-ta».
La quantità: vocali lunghe e brevi
Ogni vocale latina era lunga o breve, cioè durava di più o di meno. Nei libri di grammatica la lunga si segna con un trattino (ā), la breve con un piccolo arco (ă). La differenza non era un dettaglio: poteva cambiare il significato della parola.
| Vocale breve | Vocale lunga |
|---|---|
| mălum, «male» | mālum, «mela» |
| pŏpulus, «popolo» | pōpulus, «pioppo» |
| lĕvis, «leggero» | lēvis, «liscio» |
| rosă, nominativo | rosā, ablativo |
Noi non distinguiamo più la durata delle vocali, ma ne vediamo un effetto concreto: è la quantità a decidere dove cade l’accento.
Quando una sillaba è lunga
Una sillaba è lunga in due casi:
- per natura, se contiene una vocale lunga o un dittongo: a-mī-cus, Rō-ma, Cae-sar;
- per posizione, se la vocale, anche breve, è seguita da due consonanti o da x o z: pu-el-la, ma-gis-ter, re-lic-tus.
C’è un’eccezione, chiamata muta cum liquida. Una vocale breve seguita da una consonante muta (p, b, t, d, c, g) più una liquida (l, r) in prosa conta come breve. Perciò si dice tènebrae e non «tenèbrae», vòlucris e non «volùcris».
La legge della penultima
L’accento latino non cade mai sull’ultima sillaba, a parte poche eccezioni. Dove va, lo decide la penultima:
- nelle parole di due sillabe l’accento cade sulla penultima: ròsa, pàter. Nei monosillabi, ovviamente, non c’è scelta;
- nelle parole di tre o più sillabe si guarda la penultima: se è lunga, l’accento cade lì (amīcus → amìcus; puella → puèlla); se è breve, l’accento risale alla terzultima (dŏmĭnus → dòminus; fēmĭna → fèmina).
Una conseguenza molto pratica riguarda gli infiniti. La seconda coniugazione ha la e lunga (monēre → monère), la terza ha la e breve (legĕre → lègere). Leggere bene ad alta voce aiuta a riconoscere la coniugazione.
Con le enclitiche -que («e»), -ne (particella interrogativa) e -ve («o») l’accento si sposta sulla sillaba che le precede, qualunque sia la sua quantità: ròsa ma rosàque; pòpulus ma populùsque. Da qui la pronuncia corretta di Senatus populusque Romanus.
Le parole accentate sull’ultima sillaba sono poche e si spiegano con la caduta di una sillaba finale: illìc, da un più antico illīce, ne è l’esempio tipico.
Errori da evitare
- Accentare «all’italiana». Cicero ha la penultima breve, quindi si legge Cìcero, non «Cicèro». La somiglianza con l’italiano a volte inganna.
- Dimenticare la regola delle enclitiche. Con -que l’accento si sposta anche se la sillaba precedente è breve.
- Pensare che la quantità serva solo in poesia. Serve anche a distinguere forme come rosă e rosā, o venit («viene», con e breve) e vēnit («venne»).
Per sapere se una vocale è lunga o breve si guarda il vocabolario, che segna le quantità almeno nel lemma. Con un po’ di pratica molte parole entrano nell’orecchio da sole.
Esercizi
Per questi esercizi è utile leggere ad alta voce. Le quantità, quando servono, sono segnate.
- Pronuncia scolastica. Come si leggono? caelum, gratia, poena, philosophia, Cicero, scientia.
- Pronuncia restituita. Come si leggono, invece, Cicero, caelum, vinum?
- Dittonghi. In quali parole c’è un dittongo, e quale? aurum, poena, poëta, rosae, meus, heu.
- Sillabe lunghe. La penultima sillaba è lunga o breve? Perché? puella, amīcus, dŏmĭnus, magister, tenebrae.
- Accento. Metti l’accento: fēmĭna, Rōmānus, agrĭcŏla, lacrĭma, fenestra.
- Infiniti. Leggi correttamente e indica la coniugazione: monēre, legĕre, vidēre, scribĕre.
- Enclitiche. Dove cade l’accento in rosaque, populusque, virumque?
- Quantità e significato. Che differenza c’è tra mălum e mālum? E tra rosă e rosā?
Soluzioni
- «cèlum», «gràzia», «pèna», «filosofìa», «Cìcero» con c dolce, «sciènzia» (sc come in «scena»).
- «Kìkero», «kàilum», «wìnum» (v come la w inglese).
- aurum (au), poena (oe), rosae (ae), heu (eu). Niente dittongo in poëta (la dieresi segnala che si legge po-è-ta) né in meus (me-us).
- puella: lunga per posizione (e + ll); amīcus: lunga per natura; dŏmĭnus: breve; magister: lunga per posizione (i + st); tenebrae: breve, perché br è muta cum liquida.
- fèmina, Romànus, agrìcola, làcrima, fenèstra (penultima lunga per posizione).
- monère (2ª), lègere (3ª), vidère (2ª), scrìbere (3ª).
- rosàque, populùsque, virùmque.
- mălum «male», mālum «mela». rosă è nominativo, rosā ablativo.